Parliamo (male) di Obama

Tra Angela Davis e Barack Obama non ho dubbi meglio la prima, anche se oggi Obama va di moda io preferisco le ragioni di Angela, non fosse altro che Angela è contro la Pena di Morte e Barack a favore.

“L’inclusione dei neri nella macchina dell’oppressione serve solo a renderla più efficiente”

Gary Younge per il “Corriere della Sera” (copyright Guardian news & media)

Malgrado i numerosi successi raggiunti negli ultimi 37 anni, Angela Davis è rimasta, per molti, un simbolo cristallizzato nel tempo. Era il 1970. Quell’anno segnò la fine di un’epoca tumultuosa di lotte per i diritti civili, dopo gli assassinii di due tra i più celebri leader dell’America nera, Martin Luther King e Malcolm X. Un periodo di manifestazioni pacifiche per l’integrazione, nel Sud rurale degli Stati Uniti, seguito da un’ondata di disordini violenti nelle grandi metropoli del Nord. Il centro dell’attenzione era passato dall’integrazione al potere nero, i punti di riferimento non più Gandhi e la Bibbia, bensì Mao e il marxismo. Se nel 1967 Aretha Franklin reclamava “Respect”, nel 1970 “War” (guerra) di Edwin Starr era l’inno dei neri americani.

Bella, intelligente, grintosa e di classe, oltre che ottima oratrice, Angela Davis si fece strada nell’arena politica levando in alto il pugno chiuso, e ancora più in alto la sua famosa capigliatura afro. Gli Stati Uniti, sostiene la Davis, combattono ancora con il rifiuto di affrontare il retaggio della schiavitù. «Le catene sono state spezzate, ma la libertà è ben altro. Perché non si è garantita la sicurezza economica a tutti coloro che avevano subito la schiavitù? Perché non si è favorito il loro accesso al governo, alla politica, all’istruzione? Dopo tanti anni ci ritroviamo ancora davanti al fallimento di quella grande vittoria che è stata l’abolizione della schiavitù».
Nata a Birmingham, in Alabama, nel 1944, Angela Davis è cresciuta nel mondo chiuso della borghesia nera di una cittadina del Sud, in cui vivevano anche le famiglie del segretario di Stato Condoleezza Rice e di Alma Johnson, che in seguito avrebbe sposato Colin Powell. Angela ha 7 anni meno di Alma e 10 più di Condi. Le loro vite si sono intrecciate, ma senza mai scontrarsi. Il padre di Condoleezza, John Wesley Rice Jr, lavorava per lo zio della Johnson come psicologo in una scuola secondaria, Alma Johnson conosceva la Rice da bambina, e Angela Davis conosceva la Johnson, perché frequentavano la stessa chiesa.

Negli anni 60 Birmingham divenne tristemente nota per le violenze contro gli afroamericani che chiedevano il diritto di voto. Anche se tutte e tre queste donne hanno saputo staccarsi da quel luogo e quell’epoca per cogliere appieno le nuove opportunità, il giudizio di Angela Davis sui propri successi è antitetico a quello della Rice. «In America, con l’istruzione e l’impegno, la tua provenienza non ha alcun peso — ha dichiarato Condoleezza Rice alla Convenzione repubblicana del 2000 —. Quello che conta sono le tue aspirazioni». In seguito ha raccontato al Washington Post: «I miei genitori avevano le idee chiare. Dovevo essere pronta a fare così bene tutte quelle cose che erano considerate importanti dai bianchi, che in qualche modo questo mi avrebbe corazzato contro il razzismo: avrei saputo affrontare la società dei bianchi ad armi pari».

Falso, afferma la Davis. «Fin da piccola, non ho mai creduto che il mio successo riguardasse me stessa in quanto individuo, ma che ogni successo personale fosse in larga misura legato al progresso della comunità. La gente comune non sarebbe mai arrivata dove siamo arrivate io e lei. La Rice non avrebbe mai avuto tante opportunità senza le battaglie degli anni 60. Se vogliamo parlare in tutta onestà di un’era post-diritti civili, dobbiamo anche segnalare i limiti di questi stessi diritti, che hanno prodotto solo successi individuali, mai collettivi».

rice powellL’affermazione di personalità come Powell e la Rice nel governo Bush, secondo Angela Davis, dimostra appunto che non si è ancora capito bene come affrontare il razzismo ai giorni nostri. «L’amministrazione repubblicana è la più eterogenea della storia. Ma quando l’inclusione dei neri nella macchina dell’oppressione serve solo a rendere più efficiente quella stessa macchina, non si può parlare affatto di progresso. Oggi ci sono più neri che ricoprono posizioni di maggior visibilità e potere, ma ci sono ancora più neri relegati in fondo alla scala socio-economica. Che la gente invochi la diversità, basata sulla giustizia e l’uguaglianza, mi sta bene. Ma esiste un altro modello di diversità, ed è la differenza che non fa alcuna differenza, il cambiamento che non porta ad alcun cambiamento».

È sotto questa luce, secondo Angela Davis, che tanti vedono la candidatura di Barack Obama alle obamapresidenziali statunitensi. «Si propone come l’incarnazione dell’indifferenza verso il colore della pelle. Rappresenta l’idea che abbiamo superato il razzismo, perché la razza non conta. Oggi Obama è diventato il modello della diversità, e trovo davvero interessante che la sua campagna elettorale non faccia alcun riferimento alle questioni razziali, oltre a quelle che ben conosciamo».

Sulla stratificazione sociale della comunità nera e le sue ripercussioni sulla leadership politica, Angela Davis risponde: «Eravamo convinti che esistesse una comunità nera, seppur eterogenea, e noi ne facevamo parte. Invece oggi molti afroamericani dei ceti medi hanno interiorizzato verso i neri della classe operaia gli stessi pregiudizi razzisti dei bianchi nei confronti del criminale di colore. Il ragazzo nero in strada con i pantaloni larghi è visto come una minaccia anche dagli stessi borghesi di colore. Per questo ritengo che sia ormai impossibile mobilitare le comunità nere come in passato».

«In questo momento, non credo di desiderare nemmeno una leadership nera — continua la Davis —. Abbiamo puntato a collaborare con quella categoria perché ci dava un senso di speranza, ma, pur ipotizzando un legame tra razza e politica progressista, non ci sono garanzie». Angela è convinta che la convergenza tra la politica nera e progressista negli Stati Uniti sia stata rallentata dagli attentati dell’11 settembre, che hanno dato agli americani l’alternativa tra rifugiarsi nel patriottismo o aprirsi al mondo. «L’11 settembre è stato un punto di svolta, un fenomeno multiculturale. I neri in questo Paese non sono immuni dal nazionalismo. In quel periodo, la solidarietà globale si è riversata sugli Stati Uniti, ma anziché accoglierla, la gente si è chiusa in se stessa. E se i neri si sono sentiti chiaramente inclusi, gli arabi invece ne sono rimasti fuori».

Forse i neri d’America non sono rimasti insensibili all’eccesso di patriottismo degli ultimi anni, ma senz’altro vi hanno opposto maggior resistenza. Di tutti i gruppi razziali, gli afroamericani sono stati i meno propensi a sostenere la guerra in Afghanistan e in Iraq. Ma nonostante ciò, secondo la Davis, «molti di loro l’hanno percepita come un rafforzamento del nazionalismo. Si sono sentiti finalmente parte della nazione. E che importa se un milione di neri sono in galera».

Angela Davis, comunque, si sente incoraggiata dai giovani di tutte le razze. «Mi meraviglia la capacità di riflessione di molti ragazzi. Ai miei tempi, noi giovani non sapevamo esprimere quello che volevamo. Non avevamo le capacità dialettiche per farlo. A loro, invece, tutto questo riesce facile. La loro non sarà una ribellione vecchio stile, ma sono convinta che l’impegno sul fronte della razza e del razzismo continuerà a coinvolgerli profondamente. Bisogna superare i vecchi schemi: le conquiste non avvengono una volta per tutte, e non tutte le battaglie si assomigliano».

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