Una storia di Natale

da Liberazione del 24/12/2003

Circa 2000 anni fa sotto l’imperatore romano Tiberio, la Palestina era molto riottosa: guerriglieri chiamati zeloti (partigiani) lottavano contro il duro imperialismo romano, tra molte discussioni su come ci si dovesse comportare nei confronti dello stato occupante. Ogni tanto, mescolando tradizioni religiose e impegno politico, l’uno o l’altro agitatore era osannato dagli Ebrei come il Messia che doveva liberare il suo popolo. Un governo provvisorio di autorità religiose e politiche collaborava a suo rischio con il governatore romano, di nome Quirino al tempo del natale e Ponzio Pilato al tempo della condanna a morte, mentre un re egiziano aveva altre mansioni: tra fazioni religiose e opzioni politiche era circa come oggi in Iraq o in Afghanistan o tuttora in Palestina.
Lo stato romano era – come si sa – molto oppressivo, ma anche assai bene organizzato e – ad esempio – teneva regolari censimenti delle popolazioni: le persone dovevano andare nel luogo d’origine e lì registrarsi. Secondo il racconto evangelico anche un giovane falegname di nome Giuseppe, con la moglie Maria (che aveva sposato anche se sapeva che lei era incinta di una inseminazione assolutamente eterologa, nel senso proprio del termine: e per questo è considerato un grande santo, mentre oggi finirebbe nei guai per avere violato la legge sulla Pma) se ne and0 da Nazaret, dove abitavano e si mise in cammino verso il suo paese Betlemme. Il resto della storia è anche troppo noto: durante il viaggio lei è ormai prossima al parto, ma non trovano posto in albergo e partorisce in una stalla al calduccio del fiato di un bue e di un asinello.

Le somiglianze con l’attualità sono addirittura sconvolgenti: ma non finisce qui. Da lontano infatti (diciamo dall’odierno Iraq, che era un paese molto ricco di cultura specialmente scientifica) tre saggi, vista una cometa da cui aspettavano prodigi, si mettono in cammino seguendola e arrivano con soldi e regali fino alla stalla del bambinello: la cultura di quei luminari rende omaggio a un neonato poverissimo e di incerte origini. E intanto anche i pastori, svegli la notte a tutela delle greggi, che non vengano razziate da predoni, vedono la cometa, la seguono e per primi ricevono la comunicazione dello straordinario evento con le parola “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che fanno bene”: continua la straordinaria attualità del racconto, un mito che non smette di parlare a molti e molte in ogni parte del mondo.

Non è ancora finita: la voce del prodigio arriva anche alle orecchie del re Erode, egiziano, che ben conosce le azioni “terroristiche” dei partigiani ebrei e non vuole saperne di dover fare i conti con quegli sconsiderati selvaggi, appena avranno trovato un simbolo vivente della loro presenza sul territorio. Mentre i tre saggi tornano a casa senza passare a dargli notizie sull’arma di distruzione di massa che lui crede presente nel suo regno, Erode come uno Sharon o un Bush qualsiasi, ordina la strage dei bambini e bambine al di sotto dei due anni di età, antesignano di tutte le guerre preventive (niente di nuovo sotto il sole). I soldati (fedeli al loro nome: “pagati assoldati”) eseguono. Ci sarebbe bisogno d’altro per concludere che la pace con giustizia è l’impegno millenario e disatteso dell’umanità?

Ma si possono fare altre considerazioni: infatti, persino sul rapporto con uno stato iniquo questa vicenda dice molto. Anni dopo, quando il bambinello è diventato un rabbino molto ascoltato di nome Gesù, i suoi avversari (la buona borghesia ebrea, i Farisei, che in parte collaboravano col dominio romano, in parte cercavano di sottrarsi) per incastrarlo gli chiedono se si debbono o no pagare le tasse agli invasori, con la chiara intenzione di coglierlo in fallo. Gesù come rabbino non è meno sottile dei suoi interroganti e sa benissimo che, se risponde che non bisogna pagare, verrà denunciato a Pilato, se dice che bisogna pagare sarà indicato come servo dell’imperialismo romano (o Usa, dipende dai millenni), accusa che sperano di potergli rivolgere, data la sua nota mitezza ed estraneità alla violenza. Infatti se appena si espone può essere sospettato di tutto, come eversore ribelle, per le pessime compagnie che frequenta (alcuni dei suoi discepoli erano certamente zeloti, il più forte di tutti – Pietro – andava sempre in giro con la sica, il corto pugnale del sicario, sotto le vesti, come si sa dal racconto della cattura di Cristo quando appunto Pietro tira fuori il pugnale per resistere e Gesù lo ferma con la nota frase «chi di spada ferisce di spada perisce»). Allora risponde, chiedendo chi è coniato sulla moneta e di rimando: “Cesare” e allora “Date a Cesare ciò che è di Cesare”, con in più un motto destinato a produrre conflitti per secoli e millenni sui confini della laicità dello stato “e a Dio ciò che è di Dio”. Né ottopermille né condoni né evasione fiscale sono considerati onesti nemmeno come forma di resistenza all’occupazione, lo dico per quelli che vorrebbero le famose “radici cristiane”.

Si sarà notato che attribuisco a qualsiasi popolo citato nella vicenda atti buoni e atti cattivi: sono infatti convinta che attribuire a priori lo stigma della violenza o della giustizia sia una forma di razzismo: tutti i popoli come tutte le persone sono capaci di far bene e di far male. Quello che nella Bibbia viene definito “popolo eletto” non é affatto escluso dal commettere infedeltà e orrori, come la Bibbia stessa documenta.

Troppo insopportabile una storia dove intellettuali autonomi e poveracci disprezzati valgono più dei potenti, quasi una storia “comunista”: meglio inventare Babbo Natale e l’orgia dei regali inutili e costosi, il baccano delle automobili , le luci delle notti nelle quali a furia di botti e bengala le stelle non si vedono più, se mai l’effetto-serra ancora consente di contemplarle.

Insomma fate pure, ma almeno non rompete con il “santo” Natale. E lasciate in pace san Nicola da Bari fortunatissimo santo divenuto il Nikolaus nordico e poi travestito da Babbo Natale disposto a tutte le pubblicità. Davvero non c’entra nulla.

2 Risposte to “Una storia di Natale”

  1. baronebirra Says:

    leggi ancoa liberazione?!

    Buone feste!

  2. carino luca questo vecchio articolo.
    sul date a cesare quel che è di cesare e a dio quel che è di dio la chiesa ci ha fatto su intere enciclopedie. e invece è CHIARISSIMO! come sono chiare quelle poche cose che gesù ha detto. tra l’altro i tre vangeli marco-matteo-luca sono sinottici, cioè contengono gli stessi avvenimenti e messaggio, l’unico che si differienzia in chiave teologica è il vangelo di giovanni. quindi di fatto gesù ha detto poche cose e chiare. eppure in questi secoli si è scritto palazzi interei di interpretazioni… che ci vuoi fare, è il limite dell’uomo.

    buon natale!
    laico o religioso non importa, è l’augurio dell’uomo nuovo.
    un abbraccio

    maria

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